Se ne va. Matteo Renzi lascia il PD a poche ore dal giuramento di viceministri e sottosegretari del governo che proprio lui ha fortemente voluto. Abbandona la nave del PD, dopo aver contribuito in modo determinante a condurla verso il porto dell’alleanza con quel M5S che fino a pochi giorni prima egli stesso descriveva come un branco di inetti.

In nome dei suoi futuri gruppi parlamentari, che per ora raccoglieranno un plotoncino di ex PD e qualche transfuga di altri partiti (a cominciare da Forza Italia), giura e spergiura fedeltà al governo. Come a dire, Conte #staisereno: facile immaginare la reazione apotropaica del premier.

La scelta del primo giornalista con cui si confida, Augusto Minzolini, ex fedelissimo di Berlusconi oggi al “Giornale”, è tutt’altro che casuale. Renzi si rivolgerà tanto alla fascia destra del PD quanto ai molti esponenti di centrodestra in cerca di un tetto meno pericolante rispetto a quello di Forza Italia.

Se è ormai accertato che le mollezze del Papeete hanno imbolsito (e obnubilato) Salvini, sarebbe interessante conoscere in quali lande si sia invece rigenerato il Matteo fiorentino, rientrato dalle ferie carico come il coniglietto Duracell. Un’iperattività che lo ha riportato al centro della scena (Dio, quanto gli piace!) restituendogli un ruolo da protagonista alla vigilia della stagione delle nomine: oltre 70 poltronissime tra authority, enti pubblici e partecipate.

L’ex rottamatore che cinque anni fa convinse gli italiani proponendosi come elemento di rottura rispetto ai minuetti della vecchia politica è passato, così, da volto nuovo ed estremamente riconoscibile a interprete di molte, troppe parti in commedia. Le sue mille maschere ne fanno ora un’abile volpe di palazzo: nulla a che vedere con la freschezza dirompente degli inizi.

La mossa a sorpresa di queste ore rende Matteo Renzi determinante per le sorti del governo. Riconquistare la fiducia degli italiani sarà un’impresa molto, molto più ardua.

Gabriele Sola

Guarda tutti i post

Iscriviti alla Newsletter